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Il costo nascosto dell'instabilità

Manufacturing Retail & E-commerce Energy & Utilities Business Fattori di rischio Processo decisionale IA Causale

Il 28 febbraio 2026 l'Iran ha chiuso lo Stretto di Hormuz. Per la maggior parte delle aziende, la notizia è arrivata come rumore di fondo: un'altra crisi, un'altra regione lontana. Ma Hormuz non è lontano. È nei contratti di fornitura, nel costo dell'energia del prossimo trimestre, nei piani di investimento rimandati in attesa di chiarezza.
Abbiamo costruito un modello su cinquant'anni di conflitti in Medio Oriente e dieci episodi storici. Non per commentare la crisi, ma per misurarne l'impatto prima che arrivi.

Quello che emerge dall'analisi:

  • -4,2% produzione industriale prevista in 6 mesi
  • 58% del gas italiano oggi esposto a MENA
  • 1,15 punti percentuali: impatto dell'incertezza sugli investimenti
  • 38% del commercio extra-UE passa per Suez

Il pericolo non viene dal petrolio

Per cinquant'anni il ragionamento è stato lineare: conflitto in Medio Oriente uguale petrolio più caro. Petrolio più caro uguale costi più alti per chi produce. È ancora vero. Ma è la parte meno pericolosa dell'equazione.

Con il Vedrai Observatory abbiamo costruito un modello causale su nove canali di trasmissione, cinquant'anni di dati e dieci episodi di conflitto. Non una correlazione: una struttura che isola ogni canale e ne misura l'impatto indipendente sull'economia italiana. La scoperta che ha ribaltato le aspettative? Il canale dominante non è il petrolio. È l'incertezza stessa.

Quando il rischio geopolitico sale, nei consigli di amministrazione italiani succede qualcosa di molto specifico: le decisioni di investimento vengono rimandate. Non cancellate. Rimandate. L'ordine per il macchinario approvato slitta al prossimo trimestre. La nuova linea di produzione attende chiarezza. L'acquisizione viene messa in pausa.
Presa singolarmente, ogni decisione è razionale. Nell'insieme, l'effetto è devastante: uno spike del rischio geopolitico riduce la crescita degli investimenti fissi italiani di 1,15 punti percentuali entro cinque mesi, quasi il doppio dell'impatto di uno shock petrolifero equivalente. E questa sensibilità è raddoppiata dal 2014.

Ogni CEO che rimanda le spese in conto capitale "in attesa di capire come va" è individualmente razionale. Collettivamente, contribuisce al declino industriale che teme.

Il paradosso energetico: abbiamo scambiato un rischio con un altro

Nel 2022 l'Italia ha fatto una cosa giusta: ha sostituito il gas russo. In tre anni, la quota russa nelle forniture di gas è crollata dal 41% a meno del 5%. Un risultato genuino di politica energetica. Ma da dove è arrivato il gas sostitutivo? Algeria, Qatar, Libia. La quota di gas proveniente da fornitori esposti al Medio Oriente e al Nord Africa è salita dal 34% al 58% in soli quattro anni.

Il risultato: il 22,4% dell'elettricità italiana dipende oggi da gas esposto al Medio Oriente, contro il 16,6% del 2005. Le rinnovabili sono cresciute fino al 42% del mix elettrico. Eppure la vulnerabilità specifica agli shock mediorientali è aumentata. Abbiamo scambiato il rischio del gasdotto russo con il rischio del Mediterraneo. Quando a inizio marzo 2026 i droni iraniani hanno colpito l'impianto di Ras Laffan in Qatar (costringendo QatarEnergy a dichiarare forza maggiore sulle consegne GNL), hanno colpito una struttura che fornisce il 16,5% del gas italiano. Nel 2011 ne forniva praticamente zero.

L'Italia è più esposta, ma non per le ragioni ovvie

Il confronto europeo che conta non è con la Germania. Il vero outlier è la Spagna.

Nei trent'anni analizzati, il manifatturiero spagnolo è rimasto sostanzialmente immune ai conflitti in Medio Oriente. Il manifatturiero italiano ha perso in media il 2,7% di produzione industriale per episodio. Tre fattori strutturali spiegano quasi tutto il divario:

  • Dipendenza da Suez: il 38% del commercio extra-UE italiano transita per Suez, contro il 22% spagnolo.
  • Gas dal Medio Oriente: il 39% delle importazioni italiane, contro il 19% spagnolo.
  • Industria energivora: il 33% del manifatturiero italiano, contro il 21% spagnolo.


La conclusione scomoda: la vulnerabilità italiana è strutturale, non ciclica. Non scomparirà quando la crisi attuale finirà.
Con la chiusura di Hormuz che attiva simultaneamente tutti e tre i principali canali di trasmissione per la prima volta dal 1973-74, il modello di Vedrai prevede un calo del 4,2% della produzione industriale italiana rispetto al trend entro sei mesi, più severo della Guerra del Golfo 1990-91.

Cosa fare adesso

La ricerca suggerisce tre priorità immediate per i CEO manifatturieri:

  • Mappare la vera esposizione. Non solo i costi energetici, ma le rotte che passano per Suez e Hormuz, i fornitori esposti, le clausole di forza maggiore nei contratti logistici.
  • Costruire liquidità per sei mesi di shock. Un aumento del 10-15% dei costi energetici e un eventuale raddoppio dei noli container: questa è la finestra da coprire.
  • Smettere di aspettare la certezza. Il costo dell'attesa è misurabile: circa 1,4 punti percentuali di crescita nella formazione di capitale per ogni grande shock geopolitico.


Nel report completo Il costo nascosto dell’instabilità del Vedrai Observatory trovi:

  • i nove canali di trasmissione del rischio
  • i modelli previsionali per l’industria italiana
  • gli scenari economici per i prossimi sei mesi.


Scarica qui il report completo Il costo nascosto dell'instabilità

Non è (solo) questione di petrolio: l'incertezza geopolitica fa quasi il doppio dei danni al manifatturiero italiano.

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